[un blog temporaneamente - e psicoanaliticamente - poetico]
Ciao, pa'.

Ho lasciato che la scena si accomodasse
in una ventosa sera di settembre
Del resto in qualche modo era previsto
- del resto è sempre tutto previsto
è solo che ci fa fatica crederlo –
Ho sistemato le pieghe della gonna strette
bel lisciate sotto il sedere
proprio come fa una brava bambina.
E sono stata una brava bambina
- lo sono stata sempre
per quanto tu faticassi a vederlo -
Al punto che dopo molto tempo
quando mi guardo attraverso i tuoi occhi
io pure stento a crederlo e talvolta mi odio.
A volte odio te
nei momenti in cui recupero la vista
e strappo via la cataratta di vergogna
Ho lasciato che la scena si svolgesse
piano
al rallentatore
Ho fatto scorrere lacrime sui peperoni
sulle fettine di pescespada affumicato
senza aggiungere nemmeno una parola
E tu che mi guardavi senza chiedere nulla
Lo so che non è certo discrezione
ma solo il timore di ciò che potrei dire
occorre sempre uno che per tutti
mostri il volto sfregiato della colpa
Alla fine come sempre mi scuote un moto di pietà
e concludo che ci penserò io
Una specie di Atlante
sulle spalle tutto il tuo mondo intero
con il suo carico enorme
E annuncio che sì sono io
sono io che non funziono
sono io che escogito di tutto per star male
e trasformo la mia stessa vita
in una zanzara tra le tue dita dei piedi
Taglio l’ultima scena
quella in cui ti direi
che non si può vivere accanto alla follia
senza l’effetto di venirne contagiati

Così pensavo
che se mi sollevassi e piano piano
al sole mi esponessi in controluce
vedresti cicatrici e solchi e segni di frammenti ricomposti
e venature e il segno delle due metà
maldestramente vincolate insieme.
L’asimmetria di questo stare al mondo.
E ci sarà – ne sono più che certa che sia questo –
un retaggio di cattiva trasmissione
l’interruzione del fluire
un certo intoppo che impedisce alle metà di svilupparsi insieme
gioiosamente all’unisono.
Per quanti sforzi faccia
- di cura, nutrimento ed attenzione –
una delle due rifiorisce e ombreggia l’altra
le ruba la sostanza
l’occulta
la tradisce.
La sminuisce,
rende un poco invisibile
l’immagine – mia, tutta mia – allo specchio.
Sicché lo stesso atto del nutrire
talvolta si assomiglia all’affamare.

La notte in cui nacque mio fratello qualcosa si insediò nella nostra casa. Era lì, silenzioso, ci guardava con occhi grandi e spalancati. Nemmeno un vagito, solo due occhi che inchiodarono tutto il resto.
E fu così che dopo pochi giorni mia madre si fece forza e partimmo per il luogo che ci avevano indicato.
All’uomo della grotta mio padre offrì dei soldi, perché lo tenesse, ma l’uomo dalla penombra li rifiutò. Disse che avrebbe preso il bambino per niente. Lo avrebbe tenuto lui, tranne la sua ombra.
Quella toccava a me, era così che funzionava.
Mia madre pianse, mio padre accettò, non c’erano altre possibilità.
Mio fratello cresceva, me ne accorgevo dalla mia ombra che aumentava a dismisura, che invadeva al tramonto tutti gli spazi dietro di me.
Mio fratello era figlio del male, avevo sentito dire così, in paese. I bambini del male li portavano lassù, in montagna, ma le loro ombre restavano a farci compagnia.
Mio fratello cresceva, la sua ombra mi accompagnava.
Il giorno che cominciai a spargere dolore intorno a me incontrai più pietà che rabbia: sapevano che non era colpa mia, che tenerlo tra noi sarebbe stato peggiore.
Lui avrebbe seminato morte, io solo sofferenza.

Mi quoto
(no, non è autoreferenza)
Succede quando mi divido
mi scindo
rimango senza resto
con il resto di niente
pugno di mosche in mano
Meglio sarebbe un quoziente
intellettivo.
emotivo
Farci una prova del nove, aggiungerci un riporto
far riquadrare i conti e non pensarci più
Nessuna divisione con me, solo addizioni
te ne prego
Eventualmente moltiplicazioni
(preferite potenze base due – quadrato -
spigoli acuti e fermi - spalle larghe - .
Niente sfere, basta palle.
Bugie, ammennicoli, prese per i fondelli.
Basta col tre e quattordici e la periodicità infinita
L’ultima cifra o la parola
che muta sempre e intacca la profonda sostanza delle cose.
Vivo su un piano inclinato, lo so. Lo so da sempre.
Ma non ho voglia che mi si scivoli addosso. Non ne ho voglia.
Non più.
Provo a calzare i tacchi, tacchi altissimi
Da sola riequilibro i dislivelli.
O quanto meno ci provo.
Su questo piano di vita che è ormai scabro.
Anzi, scabroso.

Con chi va a letto, Elettra, quando la sera gioca e fa il polpo con Edipo?
E con chi Edipo, quando al mattino con Elettra la sua ferma virilità dimostra?
E’ la perdita che spinge
a simbolizzare la cosa perduta
Julia Kristeva
Il corpo della madre - enorme
sovrastante caldo capiente –
Il paradiso
Poi il limbo
Finalmente espugnato - il corpo della madre
Andato in pezzi
Frantumato
Sezionato e inghiottito
Indigeribile
In(di)gestibile
(e perciò stesso non assimilabile
non energia immediatamente disponibile)
Ricostruito dunque - il corpo della madre nel corpo matricida
Perché mai più venga vinto – dal padre, dal nonno o dal cugino
dal salumiere all'angolo o dallo zio Tonino -
né corrotto
o penetrato
Quel corpo della madre
Così tanto respinto
Disgiunto
Espunto
E tuttavia fatalmente indistinto
Orribilmente radicato e avvinto
Quel corpo – mai definitivamente estinto –
Materia prima di un incesto modesto
un poco mesto nonché accertatamente ed insoddisfacentemente lesto
Che quasi quasi dalla fissazione infantile adesso stesso io desisto
(che io sia Edipo o Elettra in ogni caso mi conviene - lo so bene)
e d’ora in poi solo te null'altro che te - d’amore vero e originale ti rivesto.

C’era una signora di mezza età.
Come è possibile che ne avesse solo metà?
Possibilissimo: l’altra metà l’aveva regalata.
E a chi l’aveva data?
Un poco all’ex al marito e un altro poco ai figli.
(quote parti del venticinque per cento)
E’ una cosa legale?
Pare di sì, lo fanno in molti, non dovrebbe destare meraviglia.
E loro – ex marito e figli – ne erano contenti?
I figli sì, presero la patente e tiravano tardi la sera.
L’ex marito era invece molto arrabbiato
Si svegliava sempre con un sacco di acciacchi
Inveiva, imprecava: aveva la sua età più la metà di una metà.

C’è che a molti ormai piace spesso virtuale
- che non vuol di’ virtuoso, statti attento
virtuale è come di’ un po’ finto
ma non proprio finto del tutto, un poco e un poco
una cosa che stai tu solo e pensi che sei in due
in tre, quattro, sette, dieci e mentre guardi le figure
dici che sei una specie di Siffredi
ma a voler essere onesti nemmeno tu ci credi –
insomma dicevamo
per non tirarla troppo per le lunghe
- ancorché sia proprio questo l’ambito
dove la brevità ci rende tristi e fa difetto -
che a questi qua piace il Digital Sex
come m’ha detto uno per spiegarmi
del perché aveva tanti calli in su la mano:
è una cosa di produzione digitale, una cosa moderna
che vuoi capire tu, che invece del pisello ci hai la fregna? (lic. poet.)
Ma pure a me piace il digitale, ho detto io, quello terrestre
soprattutto se ha più canali e i servizi interattivi:
quel bel pollice complice, opponibile e sapiente,
l’indice un poco accusatore (per una rapida espiazione della pena)
il medio con la virtus (e pure vis, fortitudo, fulgor e spes, iddio ce lo preservi)
e l’anulare, che da sempre connette la mano con il cuore
Per poi finire con quel mignolino
- chi l’avrebbe mai detto vedendolo così ossuto e mingherlino -
così esperto di strategie e tattiche estese
che mentre pare consegnarsi prigioniero
già si organizza in sommossa popolare
soggiogando il nemico dalle retrovie
con il sostegno dell’intera mano
( e può accadere dovunque tu ti trovi - non importa -
è proprio questo il bello dell’isofrequenza!)
Perchè la nostalgia è una mossa maligna del tempo ![]()
sono da prendere a piccole dosi.
induco dipendenza e assuefazione.
talvolta pericolosi effetti collaterali.
in caso di persistenza dei sintomi rivolgersi al proprio medico di fiducia.
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